La frutta esotica: fa veramente bene?

In questo articolo per frutta esotica intendo soprattutto banane e ananas, che sono sempre presenti nei nostri supermercati e in abbondante quantità.

Ed è proprio la banana uno dei frutti più gettonati e amati in tutte le fasce d'età. C'è chi la sceglie perché è un frutto comodo, facile da sbucciare e da mangiare; chi perché sazia e nutre quasi come un piccolo pasto; chi apprezza il suo gusto delicatamente dolce. Inoltre si adatta bene alle delicate mucose intestinali e ai gusti difficili dei bambini. Dal punto di vista nutrizionistico la banana è molto consigliata: ha un ottimo tenore di fibra, un modesto apporto calorico, è ricca di Vitamina C e di Vitamine del gruppo B nonché di minerali come il Potassio ed è considerata il frutto del buon umore per il suo elevato contenuto di triptofano, molecola che nell'organismo si trasforma in serotonina. 

L'ananas ha più interesse salutistico, per i suoi enzimi digestivi, per le sue proprietà diuretiche e per l'alto tenore di fibra.

Ma fanno così veramente bene? O meglio a chi fanno veramente bene?

Vorrei spostare l'attenzione sul grande sfruttamento economico-territoriale che sta dietro a questi due frutti dalle mille virtù, accattivanti e soprattutto costano davvero poco.

Mi rifaccio a dei recenti articoli comparsi su AAM Terra Nuova (marzo 2016) e su AltroMercato (ottobre 2015), che in modo dettagliato e convincente svelano il lato oscuro che sta dietro a questo enorme business.

La grande produzione viene dai Paesi Equatoriali: America Centrale, Messico, Colombia, Ecuador e Nord Brasile, Costa d'Avorio, Ghana, Camerun, da alcune regioni del Sud della Cina e dalle Filippine. Quasi tutti sono Paesi notoriamente poveri e in tutti le condizioni dei lavoratori agricoli sono tutt'altro che buone.

La denuncia viene da organizzazioni non governative come GVC (Gruppo Volontariato Civile) e dal suo partner inglese Banana Link, che da anni si battono per un commercio sostenibile, in qanto  affermano che dietro a un basso prezzo e a una grande disponibilità di frutta a rimetterci  è proprio l'anello più debole della filiera: i lavoratori locali.

C'è un grande monopolio non solo da parte di grandi marchi come Dole, Del Monte, Chiquita ,ma anche da Supermercati e Discount. E questi ultimi per non assumersi alcuna responsabilità ambientale e sociale hanno rinunciato a essere proprietari diretti delle immense piantagioni, lasciando il lavoro "sporco" ai proprietari locali.

Vengono denunciati trattamenti intensivi con un terribile sfruttamento delle piantagioni e dei terreni, i quali stremati e impoveriti di tutto vengono continuamente trattati con elevati dosi di pesticidi, di fertilizzanti chimici, di induttori enzimatici e per aumentare la produzione del frutto i caschi vengono "insacchettati".

La conseguenza è ovvia: terreni sempre più poveri, e popolazione sempre più malata a causa delle alte esposizioni a pesticidi e per il conseguente inquinamento delle acque. Infine la frutta per arrivare integra, senza macchie nei Paesi Europei subiscono ulteriori trattamenti chimici nella fase del confezionamento.

Tutto questo lavoro viene eseguito a mano da uomini, donne e bambini locali, che non ricevono alcuna tutela sanitaria, né sociale dal momento che i loro salari sono veramente miseri e le ore lavorative giornaliere si aggirano spesso sulle 14 ore.

La maggior parte del guadagno va alle compagnie e ai venditori al dettaglio: si stima che per l'ananas il 38% vada alle compagnie multinazionali e il 41% ai rivenditori europei, per la banana il 23% vada al trasporto, il 12% alla tassazione UE, il 12% ai distributori o grossisti e il 29% ai rivenditori. In entrambi i  casi solo il 4% del guadagno va al lavoratore e circa un 18% al proprietario della piantagione.

Ovviamente tutte quelle virtù così largamente decantante della banana decadono di fronte a questa sconveniente e scomoda realtà.

Che fare allora?

L'italiana GVC insieme ad altri paesi europei, africani e latino-americani ha lanciato la campagna Make Fruit Fair! per ottenere una maggiore tutela dei coltivatori e del territorio sia dal punto di vista ambientale che sociale ed economico. 

La scelta dovrà ricadere dunque su prodotti con marchio Fairtrade. La certificazione Fairtrade è uno degli strumenti internazionali con cui le ong cercano di fornire una valida alternativa alla voracità del mercato tradizionale. Tale certificazione si impegna a favorire l'agricoltura famigliare, che rispetta i cicli della natura, senza l'uso di imput di sintesi e di ogm e fornisce prodotti biologici. Garantisce salario dignitoso e condizioni di lavoro sicure, assenza di sfruttamento minorile e un premio al produttore per migliorare servizi o strutture della comunità a cui appartiene. 

In pratica mangiando una banana del marchio Fairtrade, che in Italia appartiene al circuito EquoSolidale, facciamo del bene a noi stessi perché abbiamo la certezza di un frutto dalle proprietà nutrizionistiche incontaminate e a chi le coltiva perché gli garantiamo una vita più dignitosa e salutare e una maggior tutela del suo territorio.

Per chi desidera approfondire questo argomento suggerisco:

-AAM TerraNuova marzo 2016

-Progetto "Make fruit faire II, ricerca su prodotto banane, Ottobre 2015. Ricerca commissionata da La bottega solidale di Genova in collaborazionecon il Consorzio CtmAltromercato

-www.bananalink.org.uk

-wwww.fao.org/economic/worldbananaforum/en/#.Vok3NWMVCFM

-www.makefruitfair.org/it

 

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